Kung Fu Panda (2008): recensione

Alla fine non è mai stato un problema di soggetto, quanto di coerenza interna, di amore per la storia e per i personaggi. La vicenda di un panda che, in un mondo di animali antropomorfi, diventa il prescelto di una scuola di kung fu non è troppo diversa come logica da quella alla base di Bee Movie o di Monsters & Co. Allora perché il film di John Stevenson e Mark Osborne è più vicino al secondo che al primo? Passione per quello che si sta raccontando, appunto, e voglia di narrare una storia degna, e non solo un collante di scenette divertenti per far ridere i bambini e rilassare gli adulti. Contrariamente a quello che le premesse potrebbero far pensare – un panda guerriero modellato in tutto e per tutto su Jack Black – Kung Fu Panda è un ottimo film d’animazione, l’inizio di una delle serie più promettenti della DreamWorks.

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Madagascar (2005): recensione

C’è tanta necessità di vivere la contemporaneità nel nuovo corso dei film d’animazione in tre dimensioni della DreamWorks. I classici Disney, oltre ad essere quasi sempre dei soggetti non originali, avevano spesso una visione fuori dal tempo, o che si accontentava di un’ambientazione contemporanea senza la necessità di sottolinearlo. Invece, da Shrek a Shark Tale a Madagascar, si sprecano citazioni e riferimenti alla società, alla cultura pop, all’immaginario che è vivo in quel momento nello spettatore. Non sono fiabe moderne come quelle della Pixar, ma sono storie moderne. Madagascar ne è l’ultimo, riuscito esempio.

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Bee Movie (2007): recensione

La DreamWorks Animation costruisce immensi microuniversi nascosti all’interno del nostro, ma non si preoccupa minimamente di dar loro delle regole, un senso, un qualcosa che li integri nella realtà. Se negli ultimi anni La gang del bosco e Giù per il tubo erano riusciti a uscire indenni da questo blando trattamento, rimanendo confinati, e quindi innocui, nel loro contesto, Bee Movie gioca continuamente al rialzo, sfidando quella stessa realtà umana che si solito rimane lontana o semplice oggetto della satira sociale. E tutto finisce in un disastro. Il lungometraggio firmato e interpretato da Jerry Seinfeld è ad oggi l’opera peggiore dello studio di Katzenberg: svogliato, caotico e insensato.

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Shrek Terzo (2007): recensione

Con il terzo e peggiore episodio della saga di Shrek la DreamWorks fa un enorme passo indietro rispetto all’ottimo capitolo precedente, annulla ogni tentativo di portare la serie ad un livello ancora superiore, rinuncia a freschezza e novità per riproporre stancamente una formula che, forse, ancora avrebbe avuto qualcosa da dire. Shrek Terzo rimette in strada l’orco verde e i suoi due amici, riserva un posto d’onore alle principesse impegnate nella difesa del regno, ma si dimentica tutto il resto. L’ingranaggio perfetto si spezza: la parodia per eccellenza diventa l’imitazione di se stessa.

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Giù per il tubo (2007): recensione

Il primo e unico film in CGI della Aardman, dopo la stop-motion di Galline in fuga e Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro, è un’avventura davvero underground, che porta alla luce un mondo nascosto. Sono le fogne di Londra, non troppo diverse dalla superficie, con le loro regole, i loro buoni e cattivi e una facile morale pronta per essere appresa. Giù per il tubo presenta il solito coro di voci celebri, una colonna sonora moderna, un intreccio abbastanza lineare e in generale una minore originalità rispetto ai due precedenti film della Aardman.

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La gang del bosco (2006): recensione

Arrivati al 2006 diventa chiara una differenza, tra le tante, che dividono la DreamWorks dalla Pixar: lo studio di John Lasseter è molto più selettivo nelle proposte al pubblico rispetto a quello di Katzenberg. Un ulteriore mattone, non sarà l’ultimo, nel costruire questa idea lo offre La gang del bosco. Per l’ennesima volta, mentre c’è chi con Toy Story e Monsters & Co. costruisce dal nulla nuovi universi, integrandoli genialmente con il nostro, dall’altra parte la scelta è di prendere piccole porzioni della realtà e usarle per fare una parodia sul nostro mondo. Il risultato non è pessimo, ma comunque dimenticabile.

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Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro (2005): recensione

Nel 2005 la DreamWorks Animation vince il suo secondo, e finora ultimo, Oscar al miglior film d’animazione. Lo fa con una seconda collaborazione con la Aardman dopo Galline in fuga, imbastendo un lungometraggio sugli storici protagonisti di tre cortometraggi già molto premiati. Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro è una surreale pellicola in stop-motion, a metà fra parodia horror e classico umorismo inglese. Momenti assurdi, tante citazioni, cura nei personaggi e animazione strabiliante.

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Shrek 2 (2004): recensione

Con l’ultimo film ad animazione tradizionale già archiviato e un nuovo corso da avviare, la DreamWorks giustamente riparte dal successo più clamoroso della sua pur breve storia, ed ecco quindi arrivare, sempre con la regia di Andrew Adamson, Shrek 2. Un film che era praticamente obbligato si trasforma in un’occasione per ampliare l’universo fiabesco di Shrek, introdurre nuovi e ottimi caratteri, migliorare i personaggi che già conosciamo. Un’ottima storia, con un umorismo più azzeccato e che ingloba ancora meglio il discorso della parodia. Praticamente il sequel perfetto, non solo il miglior film della serie, ma forse anche il punto più alto raggiunto dalla DreamWorks.

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Shark Tale (2004): recensione

I paragoni tra Shark Tale e Alla ricerca di Nemo sono immediati, ma non esauriscono il discorso. Se la presunta ispirazione poteva avere un senso nel rapporto tra Z la formica e A bug’s life, qui si va oltre. Il primo film della DreamWorks magari poteva non essere del tutto originale nelle premesse, anche se non ci sono prove, ma nel momento decisivo realizzava qualcosa di concreto, con una propria identità e una sua forza. Nel film di Vicky Jenson e Bibo Bergeron invece non c’è nulla a sostenere l’ispirazione dell’ambientazione marina data dal film della Pixar del 2001. Shark Tale è un banale videoclip che frulla tendenze e linguaggi giovanili: scontato, sgraziato, senza tematiche e senz’anima.

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Sinbad – La leggenda dei sette mari (2003): recensione

Nella storia del cinema di trasposizioni ispirate alle incredibili avventure del marinaio persiano ce ne sono state parecchie. Da parte sua Sinbad – La leggenda dei sette mari, ultimo film della DreamWorks in animazione tradizionale, non aggiunge e non toglie nulla alla figura del leggendario navigatore. È una modesta, poco rischiosa e diciamo sufficiente avventura, ricordata soprattutto per il corpo di polemiche che ne accompagna l’uscita e per aver causato, con i suoi modesti incassi, il definitivo abbandono del 2D. Tanta azione, una montagna di segmenti distaccati, anche ben animati, che però lasciano poco.

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