Le 5 leggende (2012): recensione

Allo stesso modo in cui Megamind era figlio indiretto dello stesso approccio di Mostri contro alieni, Le 5 leggende (Rise of the Guardians) prosegue su quella stessa scia positiva tracciata due anni prima da Dragon Trainer. Il miglioramento è tangibile. Ancora una volta alla scoperta di un universo mitico, parallelo al nostro, che si integra con eleganza e che ha la forza di presentare una visione coerente ed epica, a misura di bambino e di adulto. Una fiaba natalizia diversa (innanzitutto perché è ambientato a Pasqua, forse un caso unico), piacevole e animata splendidamente, sulla quale si avverte la mano produttiva di Guillermo Del Toro.

Le cinque leggende

Babbo Natale e gli altri personaggi della tradizione delle feste come raramente li abbiamo visti. Un enorme e scattante Coniglio di Pasqua (Hugh Jackman), la Fatina dei denti (Isla Fischer) con ali da colibrì, Sandman formato, appunto, da sabbia: sono loro che, insieme a North (un Santa Claus, doppiato da Alec Baldwin, con tatuate sulle braccia le parole “naughty” e “nice”), proteggono i bambini di tutto il mondo e le varie festività, traendo al tempo stesso da loro forza. A loro si dovrà unire l’emarginato Jack Frost (Chris Pine), ragazzo caduto in un lago ghiacciato al quale lo “spirito della luna” ha fatto il dono di poteri magici. Il gruppo dovrà vincere diffidenze e rancori per combattere contro il guardiano degli incubi Pitch Black, l’uomo nero (Jude Law).

Le spalle da esordiente del regista Peter Ramsey reggono solo fino ad un certo punto il peso del film, tratto dall’opera dello scrittore William Joyce, anche produttore del film insieme a Guillermo Del Toro. Il regista messicano, già dietro Il gatto con gli stivali, gioca sui sogni e sulla mitologia dell’infanzia, divertendosi ad estendere una patina dark sui personaggi amati dai bambini e integrando il tutto in un universo che ha la forza di chi crede fino in fondo in ciò che sta raccontando. Ci sono regole prestabilite, una minaccia su scala globale e mondi fiabeschi che si sfiorano e convivono esattamente come in Nightmare Before Christmas. Un universo ora nero come la notte, ora bianco come la neve, che parla indirettamente di solitudine attraverso la metafora non tanto nascosta dell’invisibilità (se nessuno crede in loro, i personaggi scompaiono).

C’è forza e carattere in questi personaggi ricostruiti splendidamente, al confine tra duro realismo (i muscoli di Santa Claus) e incantevole magia (i poteri di Sandman). E c’è la capacità di raccontare una semplice fiaba che, in conclusione, sembra aver detto solo una parte, quella più necessaria, del proprio mondo, lasciando intatta una parte del mistero. Design e animazione splendidi a parte, si è fatto anche in questo caso un ottimo lavoro di integrazione tra doppiatori originali e personaggi (ottimo Hugh Jackman su tutti).

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