Il gatto con gli stivali (2011): recensione

Più vicino al Zorro interpretato al cinema dal doppiatore Antonio Banderas che al personaggio della saga di Shrek, Il gatto con gli stivali è uno spin-off sorprendente e originale, la fusione improbabile di un’ambientazione a metà fra Spagna e Messico e personaggi fiabeschi tra i più lontani tra di loro. Non c’è molta logica, ed è chiaro come la DreamWorks sia decisamente più di bocca buona sullo sfruttamento dei propri brand di successo rispetto ai rivali della Pixar. Eppure, contro ogni aspettativa, c’è del buono in questo spin-off che tradisce tutto e tutti, dalla fiaba originale alla saga dell’orco verde da cui deriva direttamente.

Il gatto con gli stivali

Oltre ad essere uno spin-off, innanzitutto si tratta anche di un prequel. Il film, ambientato in un epoca in cui il gatto non era ancora il cacciatore di taglie di Shrek 2, vede la ricerca dei fagioli magici della leggenda. Per trovarli, il protagonista unisce le forze con la ladra Kitty Mani di velluto (Salma Hayek) e Humpty Dumpty (Zach Galifianakis), personaggio a forma d’uovo reso celebre da Alice nel paese delle meraviglie. In mezzo a tutto questo trovano spazio anche l’oca dalle uova d’oro e i due personaggi di Jack e Jill, praticamente sconosciuti da noi.

Se Shrek aveva gioco facile nel mettere insieme nella stessa foresta i personaggi che appartenevano al corpo fiabesco dei classici Disney, per poi procedere sistematicamente alla distruzione di quei caratteri e di quelle regole del gioco, non è altrettanto facile trovare la chiave di lettura di questo film che con l’orco verde, protagonista a parte, non ha molto a che spartire. Più che uno spin-off, si tratta di un episodio ambientato in un universo alternativo rispetto a quello fiabesco-hollywoodiano, con personaggi propri e regole, anche narrative, proprie. In particolare, un lunghissimo e spiazzante flashback a metà del film spiegherà i motivi del risentimento tra il gatto e Humpty Dumpty, portandoci lontano dalla storia per poi ritornarvi.

La sorte del gatto con gli stivali, personaggio che esiste da secoli nella tradizione fiabesca europea come simbolo di scaltrezza e intelligenza, sembra essere segnata da trasposizioni non fedeli. La più celebre, se non altro perché simbolo della casa di produzione Toei, era quella giapponese realizzata nel 1968. In quell’occasione l’apparato originale veniva sacrificato ad una storia decisamente diversa, come peraltro in voga tra le trasposizioni animate dell’epoca in Giappone. Anche in questo caso il trattamento è stato simile. L’ambientazione, sulla quale sembra emergere la mano del produttore Guillermo Del Toro, così esotica, apparentemente più povera, ma anche curata e coerente, finirà per avere un senso proprio, che si tradurrà in sequenze d’azione riuscite e in momenti di piacevole originalità, come la scalata sul fagiolo. Il tutto rinunciando a quei riferimenti insistiti all’immaginario pop che erano tipici della saga dell’orco verde.

Non c’è nulla di particolarmente memorabile nel film diretto da Chris Miller, che era già stato regista di Shrek Terzo, ma considerando la natura del prodotto, praticamente un’uscita obbligata dato il successo del personaggio (identica situazione dei Pinguini di Madagascar), il risultato è accettabile. 

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