Mostri contro Alieni (2009): recensione

Omaggi come se piovesse al cinema di genere degli anni ’60 e ’70, in un film d’animazione che non offre molto più di ciò che l’immediato titolo suggerisce. Mostri contro alieni gioca ancora una volta sulla parodia e sul gusto della commedia da applicare, senza filtri, ai vari generi e ai vari contesti, secondo una formula che a questo punto della storia della DreamWorks è un marchio di fabbrica. Se il design lascia particolarmente a desiderare, rimane la novità della protagonista femminile assoluta, praticamente la prima (eccezione in parte per Galline in fuga) in tanti anni di produzioni. Pedale schiacciato sul nonsense, conflitti interessanti appiattiti sulla comicità infantile.

Mostri contro alieni

La giovane Susan Murphy (Reese Whiterspoon, che ritorna al doppiaggio dopo Shark Tale) viene colpita, il giorno del suo matrimonio, da radiazioni provenienti da un meteorite che la trasformano in una gigantessa. Temuta da tutti, viene prelevata dall’esercito, che la porta in una base segreta dove viene messa in contatto con altri “mostri”: uno scienziato pazzo insettoide, un blob, una creatura definita “anello mancante” e un insettosauro. Il gruppo dovrà affrontare a quel punto la minaccia di un invasione aliena, riuscendo a trionfare sui pregiudizi che l’umanità ha verso di loro e salvando il mondo.

Si respira un mood anni ’50 in questo curioso film di fantascienza che strizza l’occhio ai B-movie dei decenni passati. Ognuno dei personaggi è palesemente ricalcato sul modello di una creatura spaventosa: un campionario che va dal Vincent Price di The Fly (l’originale di cui poi Cronenberg fece il remake), il classico Blob, il mostro della laguna e addirittura i kaiju di Godzilla. Non solo monster movie, anche la fantascienza fa la sua parte, tra dischi volanti, design elementari e almeno una palese citazione a Incontri ravvicinati del terzo tipo in una scena che vorrebbe essere più divertente di quanto in concreto non sia.

Siamo nel campo dei lavori più ordinari della DreamWorks, quelli che si accontentano di accavallare su un soggetto di base, e su un genere di riferimento, una realizzazione blanda e lineare. Ne è un esempio lo stesso personaggio di Susan, che avrebbe dalla sua anche una certa malinconia e tristezza di fondo – almeno è questo che emerge nella prima parte del film – che verranno inglobate in alcune sequenze d’azione riuscite (anche per sfruttare, qui per la prima volta, il 3D) ma anche in momenti di comicità più infantili e piatti del solito. Con la parziale eccezione di Susan – comunque nulla di oltre la sufficienza – ancora una volta il design degli umani è semplicemente orrendo. Per fortuna, con Dragon Trainer alle porte, questo cruciale difetto verrà per la prima volta superato.

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