Madagascar (2005): recensione

C’è tanta necessità di vivere la contemporaneità nel nuovo corso dei film d’animazione in tre dimensioni della DreamWorks. I classici Disney, oltre ad essere quasi sempre dei soggetti non originali, avevano spesso una visione fuori dal tempo, o che si accontentava di un’ambientazione contemporanea senza la necessità di sottolinearlo. Invece, da Shrek a Shark Tale a Madagascar, si sprecano citazioni e riferimenti alla società, alla cultura pop, all’immaginario che è vivo in quel momento nello spettatore. Non sono fiabe moderne come quelle della Pixar, ma sono storie moderne. Madagascar ne è l’ultimo, riuscito esempio.

Madagascar

La vicenda prende il via nello zoo di Central Park. Qui una zebra di nome Marty (Chris Rock), in preda ad una vera e propria crisi di mezza età, fugge dalle gabbie dorate in cui ha vissuto fino a quel momento, decisa a ritornare nell’habitat selvaggio. Ad inseguire il loro amico un leone di nome Alex (Ben Stiller), la vera star dello zoo, una giraffa ipocondriaca di nome Melman (David Schwimmer) e un ippopotamo di nome Gloria (Jada Pinkett Smith). Per una serie di vicessitudini, i quattro finiranno nell’isola che dà il titolo al film e qui, tra lemuri canterini, pinguini agenti segreti e fossa famelici, dovranno ritornare ad essere un gruppo unito per poter sopravvivere.

Colori sgargianti che sembrano buttati sullo sfondo con secchiate di vernice, personaggi squadrati, comicità slapstick e tanta azione improbabile. Il primo capitolo di quella che al momento è una trilogia (più uno spin-off) è un omaggio divertente e riuscito all’universo dei Looney Tunes. Animali umanizzati, che si muovono su due zampe, che si deformano senza senso secondo le circostanze, che interagiscono con gli umani in modi particolari e insensati. È solo una giostra un po’ folle, e funziona molto bene nel suo essere coerente con se stessa, nel suo battere strade un po’ imprevedibili nella seconda parte, nei suoi personaggi secondari molto azzeccati.

Madagascar racconta un singolare ritorno alla natura, e lo fa da una strana prospettiva, quella di alcuni animali che nella maggior parte dei casi preferirebbero stare al sicuro dietro le sbarre. Si preferisce puntare sulla forza del gruppo e sull’amicizia piuttosto che sul classico binomio modernità cattiva/natura buona. Anzi, sarà proprio il ritorno alla natura a mettere in crisi i protagonisti. Altra particolarità è l’assenza di un vero cattivo e la creazione del conflitto nella storia tramite il problema concreto di uno dei quattro che viene esasperato invece di essere semplicemente banalizzato in una gag (certo, la soluzione trovata non avrà del tutto senso, ma raramente il film ne ha).

Fino a quel momento è il film della DreamWorks con il maggior numero di caratteri e con il migliore trattamento riservato ai personaggi secondari. I lemuri e i pinguini rubano la scena a più riprese, tanto che a questi ultimi è stato addirittura riservato, dopo tre film, uno spin-off tutto per loro. Si tratta della prima volta per lo studio dopo Il gatto con gli stivali. Il resto è il solito frullatore di citazioni – alcune anche non immediate – indirizzate agli adulti. Un’avventura divertente e pazzoide, che inaugura una delle serie animate più longeve degli ultimi anni. Giungeranno polemiche sul confronto tra questo e Uno zoo in fuga della Disney, uscito dopo al cinema, ma forse plagiato in fase di produzione.

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