Shrek (2001): recensione

Al quinto tentativo, la DreamWorks Animation entra nella storia. Lo fa passando dalla porta principale, scardinando le regole del gioco sulle quali un certo mercato aveva prosperato per decenni, ribaltando i caratteri storici e ripiegando la morale su un approccio politicamente scorretto, coraggioso e originale. Shrek è il più importante e influente, forse non il più bello, dei film d’animazione dello studio di Katzenberg: una fiaba cattiva che ha di fatto inaugurato l’inesauribile filone – ancora oggi in corso – sul revisionismo e modernizzazione delle storie classiche. Una giostra di personaggi riusciti, volgarità e riferimenti assortiti alla cultura pop, citazionismo spinto agli eccessi che ha di fatto indicato la strada per tutto il cammino seguente della DreamWorks.

ShrekQuesta è la storia di tutte le storie, ed è celeberrima. Nel mondo delle fiabe tutti i personaggi che ben conosciamo sono stati sfrattati dal terribile Lord Farquaad e hanno trovato rifugio nella palude dello scontroso e temuto orco verde Shrek (Mike Myers). Il mostro, che vive recluso e odiato dal mondo – che lui odia a sua volta – è quindi costretto, suo malgrado, ad avventurarsi in compagnia di un petulante mulo di nome Ciuchino (Eddie Murphy). Il suo tentativo di riavere indietro la palude lo porterà a salvare una principessa, il regno, e probabilmente anche se stesso.

Il carattere di rottura con la tradizione di Shrek è evidente e immediato. È una parodia, ma non è solo questo. Lo sarebbe stato se si fosse limitato a “pulirsi il didietro” – cosa che accade letteralmente – con le fiabe classiche e con il modello disneyano, che è ovviamente il punto di riferimento sempre e comunque. Quello che Shrek, diretto da Andrew Adamson e tratto da una fiaba illustrata degli anni ’90, porta avanti è invece un discorso di decostruzione e ricostruzione dei miti fiabeschi, lasciando intatto l’insegnamento, ma distruggendo quell’aura tranquillizzante, conservatrice, edulcorata cui si era abituati.

E quindi principesse che ruttano, orchi che scorreggiano, spalle comiche minacciate nel momento in cui iniziano a cantare, fantasie e allusioni sessuali continue, riferimenti a Matrix e un numero imprecisato di tormentoni pop e rock. Una rottura della quarta parete simile, a questi livelli, l’aveva fatta solo il genio di Aladdin. E nonostante tutto è un film che va contestualizzato. Sembra strano dirlo per qualcosa uscita appena nel 2001, ma oggi la sua forza dissacrante e la rivisitazione risultano sicuramente indebolite da tutto ciò che è arrivato dopo. Serie tv, film d’animazione, film live action, anche la Disney si è dovuta inginocchiare al nuovo modello e tirare fuori Come d’incanto.

Shrek però rimane sempre lì, con la sua trama lineare e prevedibile, con la sua animazione tridimensionale abbastanza datata, con i suoi setting poveri e un pessimo character design per gli esseri umani (un difetto che tornerà spesso in casa DreamWorks). E rimane lì anche la morale e l’insegnamento, anche questo, stavolta nel bene, ripreso dalla Disney sulla bellezza interiore e la diffidenza dal pregiudizio e dalle apparenze. Il film è un trionfo di pubblico e critica, e vince il primo Oscar della storia al miglior film d’animazione. E il meglio per la serie, composta da quattro film, doveva ancora arrivare.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in DreamWorks Animation, Speciali e saghe e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...