Hōhokekyo tonari no Yamada-kun (1999): recensione

Animazione sperimentale e rapporti famigliari per Isao Takahata, nel suo quarto film diretto per lo Studio Ghibli. Hōhokekyo tonari no Yamada-kun (titolo internazionale, My Neghbors the Yamadas) rappresenta una piccola deviazione dal percorso dello Studio, un film diverso dal solito, per animazione e intreccio, più esercizio di stile che film a tesi, incentrato sulle vicende episodiche di una normale famiglia giapponese. Un campionario di buoni sentimenti e ironia semplice non esattamente memorabile, coerente con la poetica di Takahata, ma più interessante per motivi tecnici che per altro.

my neighbors the yamadas

Difficile riconoscere dietro questa piccola e sconosciuta opera la stessa mano dietro Una tomba per le lucciole e Omohide Poro Poro. Il film lavora costantemente per sottrazione, non accumula intreccio, non porta avanti alcuna storia particolare, non ha nemmeno una vera struttura da lungometraggio. Si limita a narrare le piccole e quotidiane vicende di una famiglia come tante, gli Yamada, composta dai genitori, due figli e una nonnina. Lo fa con un taglio semplice, non necessariamente a misura di bambino, ma privo di qualsivoglia sviluppo interessante o di conflitti che vadano al di là delle normali problematiche quotidiane (il traffico, il possesso del telecomando). Ci troviamo di fronte ad una serie di sketch familiari, piccole lezioni di vita quotidiane, ognuna con un proprio titolo, in quella che potrebbe apparire come la semplice raccolta di miniepisodi di una serie tv.

Alle soglie del Terzo Millennio – il film è anche l’ultimo realizzato dallo Studio prima del Duemila – Isao Takahata sembra volerci consegnare un campionario di piccoli gesti quotidiani, relazioni semplici, familiari, forse proprie di una società che va scomparendo. In mancanza di una storia, tutto verte sulle relazioni tra i personaggi e sulle loro caratterizzazioni. Sono passati otto anni dalla realizzazione di Omohide Poro Poro, e nel presentarci questo nuovo nucleo familiare – non troppo diverso come ruoli dal precedente – il regista sembra raccontare anche un nuovo modello (il cambiamento di carattere della figura paterna, da autoritaria a bersaglio di scherzi, è emblematico). Si prende coscienza che la società sta cambiando, e si cerca quindi di puntare l’accento sulla forza della famiglia, sul ruolo centrale che questa assume nel formare l’individuo. Ancora una volta l’adattamento – anche se in una forma così diversa rispetto al passato – è l’elemento centrale nella cinematografia di Takahata.

In tutto questo non si può non parlare dello stile del film. L’animazione è volutamente scarna ed essenziale, gli ambienti non sono mai ben definiti, ma appena accennati, e lo stesso character design non tende al realismo quanto piuttosto alla rappresentazione caricaturale. Dopo i primi, non ultimi, esperimenti con il digitale intrapresi da I sospiri del mio cuore e Principessa Mononoke, anche in questo Takahata sceglie il ritorno alle origini e alla classicità. Anche in questo il passato rimane sempre il rifugio migliore per chi vuole tracciare il proprio percorso futuro.

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Una risposta a Hōhokekyo tonari no Yamada-kun (1999): recensione

  1. Zio Iasco ha detto:

    Un film delizioso… ricco di insegnamenti che si lascia vedere molto volentieri!

    Un’altra piccola tessera (molto originale nel design) nel, sempre più, ampio mosaico dello Studio Ghibli!

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