Chicken Little (2005): recensione

Chicken Little, I Robinson e Bolt. Si potrebbe anche fare una recensione unica per liquidare velocemente questi tre mediocri tentativi della Disney di mettersi al passo con la DreamWorks e la Pixar. Lo Studio che fino a dieci anni prima sfornava al ritmo di uno all’anno film come Aladdin, Il re leone, Il gobbo di Notre Dame, ora mette in scena storie di pulcini e alieni. Il punto di partenza è una fiaba molto popolare in America, a sua volta oggetto di un cortometraggio del 1943. Quel cartone aveva fini propagandistici e si inseriva nel clima della Seconda Guerra Mondiale, ma questa è un’altra storia. Sta di fatto che, abbandonata (ma non sarebbe stato così) l’animazione tradizionale, la Disney ritorna a quella computerizzata con un film dimenticabile, infantile e per certi versi irritante.

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C’è una città dove gli animali sono antropomorfi, dove un polletto va in giro dicendo a tutti che il cielo sta per cadere, dove arrivano gli alieni per cercare di schiavizzare gli abitanti. In questo clima da allegra fattoria, con i suoi amici papera, maiale e pesce, il polletto risolverà la situazione.

Anche in questo caso, come per Mucche alla riscossa e come per i prossimi due film, è difficile trovare qualcosa con cui riempire le righe. I personaggi sono irritanti, il design è sgraziato e antipatico, non c’è una morale, non c’è ritmo, la noia regna incontrastata. E la giustificazione del film diretto ai più piccoli non regge. Siamo nel 2005, la Pixar ha già tirato fuori film come Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili e Monsters & Co., godibilissimi da adulti e bambini, e intanto la DreamWorks ha lavorato sul sequel di Shrek e ha già lanciato la serie di Madagascar. Perfino il piccolissimo Blue Sky Studio è riuscito a trionfare nelle sale con L’era glaciale nel 2002.

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