Mucche alla riscossa (2004): recensione

Francamente è difficile capire cosa possa essere passato per la testa al reparto creativo Disney nella realizzazione di Mucche alla riscossa. All’epoca venne annunciato come l’ultimo film d’animazione in due dimensioni della Disney (poi sappiamo che non fu così) e non si potrebbe immaginare un congedo peggiore per lo Studio dall’animazione tradizionale. Il 45° Classico è il peggior film d’animazione mai creato dallo Studio: un oggetto mediocre, infantile, banale e senza la minima pretesa. Un completo e insalvabile disastro.

mucche alla riscossa

Il processo creativo non fu tanto diverso da quello delle Follie dell’imperatore. Anche in questo caso una base più seriosa lasciò spazio alla demenzialità. Ma se in quel film le battute, i personaggi e la vicenda erano interessanti e divertenti, in questo caso il fallimento è completo. Troppo infantile per i grandi, troppo poco maturo per i bambini, che all’epoca potevano godersi film come Alla ricerca di Nemo, il film non piacque praticamente a nessuno e fu un flop tanto di critica quanto di pubblico.

Un gruppo di mucche vuole salvare una fattoria, e questo è quanto. Il resto è in un design sgraziato dei personaggi, una vicenda noiosa, un cattivo che canta lo yodel. E onestamente è meglio non aggiungere altro, meglio lasciarlo nell’oblio che merita. Siamo nel 2004, e a questo punto la Disney entra completamente nel pallone.

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4 risposte a Mucche alla riscossa (2004): recensione

  1. Gianluca Vannucci ha detto:

    penso il peggior film d’animazione di sempre, non solo dello studio Disney.. Walt si rivolta nella tomba con questo e i prossimi 3/4 film

  2. Alessandro Spiropulos ha detto:

    Francamente io questo film non lo demonizzerei troppo. Tutto sommato ha delle piccole e semplici morali come l’accettazione di chi viene da un ambiente e da usanze diverse dalle proprie. Inoltre ha come morale, tutt’altro che scontata, quella di non idealizzare nessun “eroe”, ma di cercarlo dietro ogni insospettabile persona che si ha accanto.

    • Spyro Synes Symbio ha detto:

      Mi prende male dirlo, ma rileggendo a distanza di due anni questo “articolo” (non me la sento di definirlo tale), lo considero il peggiore in assoluto di quelli fatti da Quinta Parete qui, qui classici Disney: spicciolo, banale, scarsamente lucido e davvero troppo esagerato. Mi spiace davvero assistere ad una caduta di stile così indecente, che reputo doveroso dimenticare del tutto (cosa purtroppo che non mi è riuscita). Mi sono seriamente chiesto quale disgrazia abbia afflitto un recensore così bravo e piacevole al punto da perdere la testa e scrivere così, di getto, un rigurgito di disgusti tanto incomprensibili. È evidente che nella visione di questo film qui trattata, qualcosa sia sfuggito e pure di molto all’occhio dell’articolista.
      A questo punto credo sia indispensabile che io offra qui qualche altra eventuale ipotesi e diversi spunti di riflessione in più, giustoper riaprire un caso altrimenti considerato ingiustamente perso e chiuso.
      Per la prima volta risulta palese la decisione della Disney di non puntare in alto, i non rischiare (conscia delle spiacevoli batoste precedenti), cercando quasi di guadagnare del tempo per potersi rendere competitiva con il CGI nell’anno seguente. E poi purtroppo sappiamo che uscirà Chicken Little. Ma prima di ciò riesce comunque a dare vita ad un lungometraggio di animazione tradizionale che nel suo piccolo funziona, fa sorridere, non stanca ed è gradevole. Certo, non è tematicamente chissà quanto impegnato. E in quell’anno risultava già oramai troppo indietro coi tempi, laddove film molto più spettacolari ed originali non Disney irrompevano di gran carriera nel cinema. Ma francamente le complessita tematiche di Rapunzel e Frozen in suo confronto sono del tutto andate in villeggiatura (tanto c’era la nuova spettacolarità grafica del nuovo CGI da portare avanti). E la principessa e il ranocchio, con il suo maniacale numero di citazioni, per quanto abbastanza preferibile a Mucce alla Riscossa, non ha aggiunto chissà quanto “di più” alla propria morale, pur facendo astutamente leva su temi chiaramente ancora molto caldi come la condizione disagiata afro-statunitense americana.
      Alameda Slim come cattivo sorprende perché la sua apparente figura di bruto lascerà poi spazio ad un’imprevedibile capacità seduttiva ed ingannevole, che nessuno si aspetterebbe da lui. Insomma è diversamente crudele. Di spalle comiche in questo film ce ne sono davvero tante; talmente tante però che nel loro insieme formano una vera e propria comunità, una solare fattoria che non risulta poi tanto dimenticabile, né inutile ai fini della trama.
      Le tre mucche corrispondono altresi al variabile e multisfaccettato rapporto tra i nuovi arrivati in una nuova realtà e chi già ne fa parte, scoprendo che allo stesso modo realtà sociali diverse possono incorrere negli stessi rischi.
      Altro ci sarebbe da aggiungere, ma non posso certo mettermi qui a fare una recensione o un saggio del film.
      Piuttosto mi auguro di non dover più leggere su questo bellissimo blog altri articoli del genere. Questi sì che meritano l’oblio. Mai più, per piacere, mai più. Chiedo scusa per il disturbo.

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