Tarzan (1999): recensione

Ovviamente all’epoca non lo si poteva sapere, ma Tarzan sarebbe stato l’ultimo film del Rinascimento Disney, l’ultimo del ventesimo secolo, forse l’ultimo “classico” per definizione. Dal duemila in poi il cinema d’animazione sarebbe cambiato, la Pixar e la DreamWorks avrebbero fatto aperta concorrenza alla Disney al cinema, dall’Europa una nuova ondata di film d’animazione maturi e destinati solo agli adulti si sarebbe imposta, dal Giappone lo Studio Ghibli, sommerso e lontano fino a quel momento, sarebbe esploso, anche grazie alla vittoria della Città incantata agli Oscar. Il mondo cambia, la rete mette a disposizione delle realtà che fino a quel momento erano inimmaginabili, l’offerta al cinema aumenta. Tutto è più veloce, i sequel si moltiplicano, nel terzo millennio non c’è più spazio per il classico film di Natale della Disney, per non parlare dell’animazione tradizionale, che lascerà spazio a quella tridimensionale. Tarzan rappresenta, in prospettiva e guardando indietro, l’addio ad un mondo che non sarebbe più tornato.

Tarzan

Ed è significativo come lo stesso Tarzan sia in fondo una storia di separazioni traumatiche, di mondi che non si vogliono abbandonare, di realtà che fanno parte di noi, della nostra crescita, ma che prima o poi dovremo lasciare. Tarzan è un racconto di formazione inusuale, diverso, che fonde responsabilità e appartenenza al proprio gruppo sociale, che segue fin dalla nascita il protagonista fino all’incontro che gli cambierà la vita. Il tema centrale del film, tratto dal romanzo di Rice Burroghs, portato moltissime volte al cinema, è la contrapposizione tra educazione ambientale e componente genetica. Quale delle due è più importante?

Tarzan è un uomo, allevato dai gorilla, ma pur sempre un uomo. L’incontro con Jane – e la famosa scena delle mani che si toccano, che viene reiterata più volte nel film per sottolineare la differenza tra specie – è emozionante e significativa. Deve, per amore, perché semplicemente è giusto così, abbandonare il nido per restare con i propri simili. Ma stare con i propri simili significa anche rinnegare tutto il sistema di valori (famiglia, onore) che ha appreso vivendo tra i gorilla. Quindi cosa sceglierà Tarzan? A quale gruppo appartiene?

La storia della Disney, che certo ammorbidisce alcuni tratti dell’opera originale, ma non si fa mancare scene di violenza, sangue, morti violente, ha in questi temi principali un validissimo motore per la propria storia. Non ci sarebbe quindi motivo di inserire un cattivo che purtroppo invece appare, nelle fattezze del cacciatore Clayton, e che distoglie un po’ l’attenzione dalla scelta di Tarzan, che in fondo arrivati ad un certo punto si farà guidare dagli eventi e sarà costretto a decidere in un certo senso. Insomma, peccato per la soluzione finale, ma le tensioni e riflessioni rimangono.

Tarzan non è un musical in senso stretto. I personaggi non cantano praticamente mai, e ad accompagnarli c’è solo la voce fuoricampo di Phil Collins, che interpretò le canzoni anche in inglese, spagnolo, tedesco e francese. Le citazioni ad altri film Disney si sprecano, ma quello che colpisce davvero è l’animazione, che sempre più fonde tradizione e nuove tecnologie, con un massiccio utilizzo del computer, dalle onde del mare ai movimenti tra le liane e i rami (che in alcune sequenze trasformano Tarzan in uno skater).

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6 risposte a Tarzan (1999): recensione

  1. mchan84 ha detto:

    Ma perché, da Pochaontas in poi, questi ultimi film hanno il design dei personaggi così spigoloso? Sembra quasi che vogliano imitare lo stile dei cartoni animati per la tv (quelli americani ed europei) risultando ancora più bidimensionali, quando poi per gli sfondi si inizia ad utilizzare la CGI, che li rende molto più realistici. E’ un po’ un controsenso…
    Mchan

    • Simone Novarese ha detto:

      è vero, il design di Tarzan è completamente diverso, dai muscoli, al volto spigoloso, alla postura da scimmia, rispetto a tutti gli altri protagonisti maschili della Disney. E questa cosa nei prossimi film aumenterà ancora (ad esempio con le Follie dell’imperatore o con Atlantis). Negli ultimi tempi invece succede il contrario e con Rapunzel e Frozen si è ritornati a tratti più morbidi.

    • mchan84 ha detto:

      E meno male! Penso che sia anche questo il motivo di un ritornato successo dei classici. Oltre a delle storie più favoleggianti.
      Mchan

      • Simone Novarese ha detto:

        Sicuramente sì, hai anticipato una cosa che ho scritto nelle recensioni che usciranno nei prossimi giorni. I primi film in computer grafica della Disney, come Chicken Little o I Robinson, avevano un design molto povero. Da Rapunzel in poi c’è stato un grandissimo salto in avanti.

  2. Alessandro Spiropulos ha detto:

    Occorre dire che Tarzan fu una rampa di lancio per un grande disegnatore, Juanjo Guarnido, il quale lavorò graficamente sul personaggio di Sabor. Oltretutto egli è il fumettista dell’ambiziosa serie noir, “Blacksad”.

  3. Zio Iasco ha detto:

    La fine di un epoca!

    Cmq sia film squisito!

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