Pocahontas (1995): recensione

Nel bene o nel male, la Disney negli anni ’90 continua a sperimentare, a creare qualcosa di nuovo, ad andare contro la tradizione, a volte riuscendo nel suo intento, a volte no. Pocahontas è stato generalmente bocciato dalla critica e, nonostante gli ottimi incassi, è considerato il film più deludente del Rinascimento Disney. Il finale dolceamaro, la ricerca di un quasi “realismo”, tanto nella drammatica storia narrata quanto nel design dei personaggi, lo rendono un Classico unico nella storia dello Studio.

pocahontas

Ispirato alla vera storia della principessa indiana che visse tra il Cinquecento e il Seicento, giocando un ruolo importante per un breve periodo negli scambi tra la sua tribù indiana e i coloni (invasori?) inglesi, il film della Disney ovviamente se ne allontana per romanzare, per addolcire quando possibile, per evitare vari momenti e soluzioni spiacevoli che avrebbero potuto turbare i più piccoli. Eppure nonostante tutto Pocahontas è uno dei film meno amati proprio dai più giovani. I motivi probabili: Jeffrey Katzenberg, e con lui buona parte degli animatori, erano convinti del successo del film, tanto da vederlo come il prossimo diamante dello Studio, un nuovo film che, come La bella e la bestia, sarebbe giunto agli Oscar.

Pocahontas è un film che vuole essere maturo nelle premesse e nello svolgimento, forse l’unico Classico della storia che si allontana dai canoni dell’animazione e si avvicina a quelli di un normale film in live action. C’è la storia americana, il mito del buon selvaggio, il messaggio ambientalista: non sorprende che il modello del film sia stato preso come schema principale su cui James Cameron ha costruito il suo Avatar. Pocahontas è un dramma a tutti gli effetti, e non bastano alcuni siparietti (nemmeno troppo riusciti) tra gli animali o un albero parlante a mutare la situazione. Il clima, il tono, i dialoghi sono seri come mai prima.
E anche il design dei personaggi lavora su questo. La Disney da sempre dota i suoi protagonisti di facce molto caratterizzate e di occhi enormi e particolareggiati. Qui no. Le figure sono più schematiche, le linee meno morbide, gli occhi più stretti. Un bambino non farebbe mai caso alla differenza, ma a livello inconscio questa esiste e lo allontana dal film, che non sente nemmeno l’esigenza di costruire il classico lieto fine.

Il tonfo per Pocahontas è stato tanto più alto proprio perché stavolta erano davvero alte le aspettative e tutto il film, come raramente prima di allora, era orientato a modificare qualcosa nella percezione del film d’animazione classico e a costruire qualcosa di nuovo. Siamo nel 1995, un anno fondamentale. Con Pocahontas si interrompe la scia positiva dello Studio che durava dal 1989, ma succede anche qualcos’altro. È l’anno di Toy Story. La piccola, microscopica e sconosciuta Pixar realizza, in collaborazione con la Disney, il primo lungometraggio della storia realizzato in grafica computerizzata. Era l’inizio di una rivoluzione, l’inizio della fine del monopolio sull’animazione occidentale che la Disney aveva esercitato negli ultimi 60 anni, ma ancora non si sapeva.

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4 risposte a Pocahontas (1995): recensione

  1. mchan84 ha detto:

    Wow, hai spiegato benissimo ciò che ho sempre pensato. Seppure adori tutto ciò che riguarda i nativi americani questo film non sono proprio riuscita a farmelo piacere. Proprio no. Non c’è nulla di memorabile, le figure sono troppo spigolose, l’happy ending non esiste e nemmeno le canzoni sono orecchiabili. Che poi sono più o meno le stesse cose che si ritrovano in Mulan, almeno per quanto mi riguarda. Ma tanto ci arriverai presto anche tu.
    Mchan

    • Zio Iasco ha detto:

      Concordo… ma la canzone “I colori del vento” non si può definirla “nemmeno orecchiabile…” a mio parere è stupenda! (Specialmente la versione in italiano)

  2. Simone Novarese ha detto:

    sì è vero hanno molto in comune (però Mulan mi è piaciuto di più). Comunque tra un paio di giorni arriva pure quello 🙂

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