Il re leone (1994): recensione

Se il periodo che va dal 1989 al 1999 è conosciuto come Rinascimento Disney, Il re leone è da sempre considerato come il Leonardo da Vinci di quel decennio. Rimane uno dei più grandi successi della storia dello Studio, probabilmente il film più amato, uno dei più citati, la vetta raggiunta in quel periodo dalla Disney, che infatti dal film successivo avrebbe iniziato a calare. È un film meno importante e influente rispetto alla Sirenetta o ad Aladdin, e forse meno stratificato della Bella e la Bestia, ma, nonostante tutto, il suo successo è senza precedenti.

re leone

Il re leone è il primo progetto originale concepito dalla Disney. Per la prima volta non c’è un esplicito riferimento ad un’opera letteraria precedente, ma ogni cosa scaturisce dalla fantasia degli autori, che iniziarono a lavoraci fin dal 1991. Ciò non vuol dire che non ci siano delle ovvie influenze sulla storia. Da sempre gli autori affermano di essersi ispirati tanto alle figure bibliche di Giuseppe e Mosè, ma anche alle tragedie shakespeariane. E Il re leone è in effetti una versione riveduta dell’Amleto, con i suoi personaggi estremi e le sue premesse violente. Su tutto poi aleggia il fantasma del presunto plagio dell’opera di Osamu Tezuka Kimba, ma in mancanza di conferme o smentite non si può dire altro.

Il re leone è forse il primo tentativo nell’animazione occidentale di costuire una narrazione per archetipi, che metta gli avvenimenti al servizio di un racconto epico, in cui la verosimiglianza del contesto, le svolte e i caratteri sono subordinati ad una storia maestosa. E il film questo ce lo dice fin dalle prime battute, fin da un prologo enorme, animato splendidamente, ricchissimo, creativo, che poi confluisce in un singolo gesto, quello del piccolo cucciolo di leone, erede al trono della savana, che viene innalzato e presentato al popolo di animali. È un intero mondo che si inginocchia non tanto ad un personaggio (Simba ancora non ha fatto nulla), ma a ciò che rappresenta. Basta un singolo gesto per inquadrare un universo in cui l’uomo non esiste e in cui sugli animali vengono proiettati non solo caratterizzazioni, ma veri schemi di potere tipici degli umani. Ed è diverso da Robin Hood, in cui avevamo solo degli animali antropomorfizzati. Qui si tratta di animali veri, legati tra di loro dal tema centrale del film, il “cerchio della vita“.

Ci sono state varie accuse di fatalismo alla visione che re Mufasa espone a suo figlio, nella quale ogni animale, ogni essere vivente ha uno scopo ben preciso nel grande schema delle cose, e deve lottare per ottenerlo. Nel film questo significa che il piccolo Simba dovrà crescere, maturare, non fuggire dalle sue responsabilità e dal suo senso di colpa per la morte del padre, ma ritornare nella casa dei suoi antenati e sconfiggere l’usurpatore Scar. È un messaggio positivo, ma è anche una visione che condanna inevitabilmente tutte le creature al loro ruolo originario, senza possibilità di sfuggirvi. Le zebre dovranno essere mangiate dai leoni, e dovranno accettarlo con pazienza e buona volontà. Certo, nella natura è ovvio che questo accada, ma qui si parla di archetipi, di potere, di relazioni “umane”, di regole ben fissate. Se il messaggio del film è simbolico (Simba è ognuno di noi, che deve prendersi le proprie responsabilità), anche il resto lo è. Ma probabilmente sto pretendendo un po’ troppo dal film.

Il re leone è una storia di riscatto, di autodeterminazione, di affermazione di se stessi contro le avversità della vita, e in questo rappresenta sicuramente un passo in avanti rispetto a quei tempi in cui i problemi venivano risolti con la bacchetta magica o il bacio del vero amore. E pensare che all’epoca della sua realizzazione erano in pochi a credere alla sua riuscita. Gli stessi sceneggiatori e registi pensavano che non avrebbe avuto troppo successo, che non sarebbe piaciuto. La maggior parte degli animatori alla Disney preferì orientarsi verso la lavorazione di Pocahontas, che veniva giudicato un film più interessante e promettente.

L’animazione è straordinaria, alcune tra le sequenze più impressionanti mai create dalla Disney si trovano qui. Il film è colorato e giocoso ma anche tetro e oscuro, trascinante e coinvolgente ma anche capace di costruire delle belle riflessioni, a portata di adulto e di bambino. I caratteri sono rigidi, ma visto il tipo di storia è giusto che sia così. E soprattutto funzionano, sono ben delineati, hanno un ottimo design e il giusto spazio e la giusta influenza sulla storia. Il film è ricchissimo di dettagli, coreografie, una creatività che non si vedeva da tempo e che si manifesta nei momenti e nei modi più insospettabili, come nella canzone del cattivo Scar che all’improvviso sembra ricordare i movimenti di un esercito (quello nazista?) di fronte al suo capo militare e dittatore. Anche le musiche sono tra le migliori mai create dallo Studio.

Immancabile momento polemica: come per Le avventure di Bianca e Bernie e come per La Sirenetta, anche qui si parla di messaggi subliminali di natura sessuale. In una scena Simba solleva delle foglie che andrebbero a formare la parola SEX. In realtà la parola vera sarebbe SFX, abbreviazione di Special Effects.

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4 risposte a Il re leone (1994): recensione

  1. mchan84 ha detto:

    Quanto ho amato questo film! Anche se pure qui i pianti si sono sprecati quando è morto il padre… Anche perché la scena è abbastanza forte…
    Però bellissimo. La scena inziale più la relativa soundtrack è un crescendo di pathos fantastico.
    Mchan
    Ps: come sempre complimenti per i dettagli e le curiosità 😉

  2. Zio Iasco ha detto:

    Commentare Il Re Leone non ha senso… soprattutto dopo una recensione così perfetta!

    Il top del Rinascimento Disney è raggiunto proprio dal 34mo Classico!

    La colonna sonora è tra le più belle di sempre, di una maestosità assoluta e la morte di Mufasa tra le più drammatiche della storia Disneyana!

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