007 – Vendetta privata (1989): recensione

Ultimo film per Timothy Dalton come James Bond, ultimo film per John Glen alla regia, ultimo film prima della più lunga pausa della storia della saga tra un film e l’altro. Dopo le prove generali, e non troppo riuscite, del film precedente, la squadra tecnica si riunisce ancora una volta e cerca di proseguire sulla strada verso la ricostruzione del personaggio di Bond. Vendetta Privata è un film decisamente più riuscito del precedente, con un intreccio più forte, un ritmo più solido e una migliore costruzione dei personaggi. L’idea di raccontare 007 al di fuori del proprio ruolo come agente segreto, ed impegnarlo fuori dagli schemi dei rigidi ordini a cui obbedire per fargli inseguire un percorso di vendetta funziona ed intrattiene bene, ma si scontra con il muro degli scarsi incassi che interromperanno il progetto, l’attore e l’intera saga.

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L’incipit della storia getta un ponte ideale con Vivi e lascia morire del 1973, ultimo film nel quale compariva il personaggio di Felix Leiter. Dopo sedici anni David Hedison torna a vestire i panni dell’agente CIA – che stavolta tuttavia lavora per la DEA – e lo fa in occasione del proprio matrimonio. La luna di miele verrà tuttavia rovinata dal narcotrafficante Franz Sanchez (Robert Davi) e dai suoi tirapiedi, tra i quali spicca un giovanissimo Benicio del Toro, che gli uccideranno la moglie e lo daranno in pasto agli squali. L’uomo sopravviverà, ma questo non basterà a placare l’ira di Bond che si getterà in una missione di vendetta personale, per la quale gli verrà revocata la famosa licenza di uccidere.

License to kill, questo il titolo originale, si può considerare come l’ultima eredità del patrimonio cartaceo lasciato da Ian Fleming. Dopo questo, ad eccezione di Casino Royale, le trame saranno quasi del tutto originali. Il respiro e il tono della narrazione si rifanno, come altre pellicole della saga, ma mai come in questo caso, al genere poliziesco e alla sua violenza. Niente più organizzazioni, niente più pazzoidi o nemici sopra le righe: Bond è un freddo agente che ha a che fare con una realtà sempre più concreta e con minacce sempre più tangibili come il narcotraffico. Alla sua seconda incursione nel ruolo Dalton non si distacca dall’impostazione seguita nel primo film: non raggiunge il gelo degli occhi di Daniel Craig, ma al tempo stesso il suo personaggio è il più serio visto fino a quel momento.

Forse è la prima volta nella saga in cui alcune tonalità di grigio appaiono nel bianco e nero della storia, in quel circo (letterale in alcuni casi) che erano state le precedenti avventure. Ad eccezione delle lacrime di Lazenby per l’uccisione della moglie, la furia e la rabbia non si erano mai impossessate del personaggio come in questa occasione: è un nuovo tipo di alchimia tra caratterizzazione e narrazione in cui, se prima era l’ironia di Bond ad infondere un certo tono avventuroso alle scene movimentate, adesso si appoggia alla sua rabbia per trasportare il film in uno scenario più da film d’azione/poliziesco. Addirittura lo stesso rapporto con la bond girl di turno (la brava Carey Lowell nel ruolo di Pam Bouvier) viene trattato come qualcosa di più di una scappatella, con Bond che nel finale si trova a dar spazio a sentimenti quasi inediti e a scegliere tra due donne. La novità non piacque, e fu solo l’ultima goccia su quello che appariva come il tramonto della saga: ai valori attualizzati, ancora oggi i film dal 1983 al 1989 occupano gli ultimi quattro posti tra gli incassi della serie, e Vendetta privata è in assoluto quello che ha incassato di meno.

Nonostante la solita durata fiume – siamo a due ore e venti – l’ultimo film degli anni ’80 è anche uno dei più godibili ancora oggi, sicuramente quello invecchiato meglio anche grazie alla mancanza di momenti camp tipici del Bond-Moore che se all’epoca facevano storcere il naso oggi appaiono ridicoli. Nonostante lo stesso Glen ritenesse questo Bond il migliore dei cinque realizzati, nonostante le recensioni tutto sommato positive della critica, qui si infrangerà fino al 1995 la serie di 007. Schiacciato da un nuovo cinema commerciale, quello che lo stesso anno vide uscire Indiana Jones e l’ultima crociata, Arma letale 2 e Batman, lo smoking di James Bond andava troppo stretto al suo protagonista, per quanto violento e serio come mai fino a quel momento. Il viaggio riprenderà con un nuovo Bond e con un passo indietro nei toni, l’ultimo prima del definitivo rilancio nel terzo millennio.

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Una risposta a 007 – Vendetta privata (1989): recensione

  1. Francesco Romani ha detto:

    Film che inizia bene, ma poi praticamente diventa uno di quei B-movie con Segal o Van Damme. Il blocco dell’ est stava vivendo la sua irreversibile crisi e questo probabilmente spinse a cercare nemici più “terra terra”. Robert Davi come cattivo è azzeccato, ma per il resto trovo il ritmo non dei migliori. In effetti c’ è una scena veramente cruda, insolita per la saga!

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