007 – Zona pericolo (1987): recensione

Quarta incarnazione di James Bond: un freddo e serio Timothy Dalton subentra all’ironico Roger Moore, ma la sua esperienza sarà appena più fortunata di quella del suo predecessore Lazenby, con solo due film all’attivo e responso del pubblico tutt’altro che esaltante. Il nuovo 007 distrugge ma non riesce a costruire, stravolge gli elementi storici della saga ma manca di progettualità. L’onda “lunga” di questo nuovo corso si infrangerà dopo il prossimo film, bloccando la saga fino al 1995 e ritornando con Pierce Brosnan, che già in questa occasione era sul punto di firmare per il ruolo. Eppure le coraggiose premesse di Zona pericolo non sarebbero nemmeno tanto sbagliate: ciò che davvero penalizza il film, scagionando un Dalton che invece fa bene il suo dovere, è soprattutto la sceneggiatura.

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James Bond si occupa di far attraversare la cortina di ferro ad un sovietico deciso a tradire il suo Paese, per farlo sfrutta un tunnel che passa per chilometri attraverso l’Europa. Le cose si complicheranno quando si scoprirà come questo generale di nome Koskov (Jeroen Krabbé) sia d’accordo con un trafficante d’armi americano (Brad Whitaker, interpretato da Joe Don Baker) fissato con le grandi battaglie della storia per spodestare un generale russo (Puskin, interpretato da John Rhys-Davies) incaricato dei servizi segreti, e controllare quindi l’area afghana.

Torna trionfante l’Aston Martin, ma sarà tutto ciò che rimane di un passato della saga che appare spazzato via da una nuova ondata di gelo. Ironia praticamente assente, niente gadget, niente doppi sensi, solo una piccola conquista con la scialba bond girl di turno: questo è il nuovo Bond, paradossalmente più vicino a quello dei romanzi di Fleming ma lontano dal gusto del pubblico.  Dalton ha il fisico adatto, un buon carisma e una serietà di base che lo contrappone completamente, anche come interpretazione del ruolo, al gigioneggiare continuo di Roger Moore: ancor più che con Lazenby, la sua scarsa partecipazione alla saga è immeritata.

Il problema principale di Zona pericolo, ma anche del successivo Vendetta Privata, va forse rintracciato nella mancanza di una mano forte alle spalle di un così radicale stravolgimento della saga. La stessa scelta di riconfermare in toto la vecchia squadra tecnica, da Glen alla regia a Wilson e Maibaum alla sceneggiatura, sembra aver minato di base la validità del progetto. A ciò si aggiunge una sempre maggiore durata dei film e una seconda parte francamente infinita ambientata direttamente in Afghanistan in cui Bond combatte al fianco dei mujahedin (al tempo era ancora in atto l’invasione dell’Unione Sovietica nel Paese, oggi una simile alleanza sullo schermo non verrebbe mostrata). Davvero incolori poi tanto i cattivi del film, troppo ridicoli e poco minacciosi, e la bond girl Maryam D’Abo nei panni della violoncellista Kara Milovy, una delle peggiori della saga. Altrettanto invisibile Caroline Bliss, la seconda Miss Moneypenny, che interpreterà il ruolo in questo film e nel prossimo.

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Una risposta a 007 – Zona pericolo (1987): recensione

  1. Francesco Romani ha detto:

    Uno dei miei 007 preferiti. Si sente l’ aria di distensione dei tempi ed infatti il film è basato anche sui rapporti tra usa e urss che stanno cambiando. Effettivamente si va su un tono più “sobrio” dopo che con Moore avevamo visto delle belle esagerazioni tra cui una battaglia spaziale XD! Lo stile viene svecchiato e Dalton come Bond è ironico e sornione il giusto senza a volte scadere nella macchietta.
    Tra inseguimenti e cavalcate l’ intreccio non è affatto niente male e svolto in maniera intrigante.

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