Le quattro fasi della storia dei Classici Disney

La visione dei classici Disney, con il loro universo particolare e i loro elementi tradizionali, fa parte del bagaglio di intere generazioni: canzoni e battute da imparare a memoria, versioni di storie e fiabe famose che diventano più celebri e riconoscibili di quelle originali. Per quasi sessant’anni, più precisamente dal 1937, anno dell’uscita di Biancaneve e i sette nani, alla fine degli anni ’90, quando la Pixar e la Dreamworks si sono affacciate sul mercato occidentale, la Disney ha di fatto monopolizzato uno stile, quello dell’animazione, rendendolo un genere a parte, plasmato secondo la sua propria e personale visione. Nel bene o nel male se ancora oggi la parola animazione viene associata ad un cinema per bambini lo si deve allo Studio di Burbank. E si tratta di film talmente radicati nella memoria collettiva che quando ci si ripensa non si può fare a meno di gettarli in un unico, enorme calderone, da Cenerentola alla Carica dei 101, dal Re Leone a Il libro della giungla. In realtà non è così.

fantasia

La storia dei Classici Disney viene convenzionalmente divisa in fasi, quattro per la precisione, che corrispondono ad altrettanti periodi molto diversi tra loro. Per rendere il discorso più chiaro e fluido si può paragonare la storia artistica dello Studio a quella più grande della Storia umana, e notare i punti in comune.

La fase classica

Si tratta del periodo che, convenzionalmente, va dal primo lungometraggio animato, Biancaneve e i sette nani del 1937, a La bella addormentata nel bosco del 1959. Si tratta della fase più ricca e sperimentale, quella nella quale, sotto la supervisione di Walt Disney, che morirà nel 1966 dopo la realizzazione di Il libro della giungla, vengono creati i più grandi capolavori dello Studio. È il periodo delle fiabe (Biancaneve, Cenerentola) e dei film a episodi (Musica Maestro!, Lo scrigno delle 7 perle), ma anche delle sequenze più sperimentali e coraggiose (Fantasia, Dumbo). È inoltre il periodo che vede la prima crisi dello Studio, che a causa della Seconda Guerra Mondiale si vede dimezzare il potenziale pubblico. Dopo aver superato un grande sciopero, cui partecipò anche Chuck Jones, creatore dei Looney Tunes, Disney reagirà realizzando mediometraggi, corti di propaganda e film di ambientazione sudamericana (Saludos Amigos, I tre Caballeros), che servivano anche ad esportare la visione statunitense in Paesi in cui si stavano diffondendo le idee totalitarie che provenivano dall’Europa. Tutto ciò comportava anche gravi costi. Rimangono famigerati quelli di Fantasia e soprattutto quelli, quasi folli, di La bella addormentata nel bosco. All’epoca il film su Aurora fu un fiasco commerciale tremendo. Da allora le produzioni e i costi diminuirono e si entrò in una nuova fase.

La fase della crisi

Il “Medioevo” dello Studio inizia in qualche momento a metà degli anni ’60, e inizierà a mostrare i suoi primi sintomi con La carica dei 101. Lo stile e la scrittura non vengono ancora penalizzati, ma è chiaro come si sia perso qualcosa a livello di tecnica. Tipico di questo periodo di crisi, che andrà avanti fino alla fine degli anni ’80, è la povertà del tratto, del character design, dei fondali, e il riutilizzo, oggi molto palese, di vari storyboard per le animazioni di molte scene. Diminuiscono anche i film. Se tra il 1937 e il 1959 lo Studio ne aveva realizzati 16, tra il 1961 e il 1988 ne porterà a termine soltanto 11, e non tutti questi saranno memorabili. Accanto agli ottimi La spada nella roccia o La carica dei 101, si trovano infatti film più modesti come Le avventure di Winnie The Pooh, Red e Toby, Taron e la pentola magica, visioni piacevoli ma davvero lontane dalla fase precedente. Alla fine degli anni ’70 un giovane animatore di nome Don Bluth si allontana dallo Studio e inizia a fare lungometraggi propri, ma questa è un’altra storia. Qualcosa cambia con il piccolo e quasi dimenticato Basil l’investigatopo, basato sui racconti di Sherlock Holmes. Per la prima volta in un Classico Disney c’è un piccolo utilizzo della computer grafica, e soprattutto si scorge il talento dei due registi, John Musker e Ron Clements, che porteranno lo Studio ad una svolta.

La fase del rinascimento

I classici del rinascimento, come li definì per primo Jeffrey Katzenberg (che oggi è il presidente della DreamWorks Animation) e come oggi sono conosciuti, sono quelli che, per tutti gli anni ’90, riporteranno la Disney alle vette di un tempo. Tutto prende il via con La Sirenetta del 1989, diretta proprio da Clements e Musker: si torna a raccontare le fiabe di un tempo, mondi meravigliosi, animati benissimo ma con lo stile tipico dello Studio. E tutto viene fuso con uno stile più moderno, più vicino alle nuove generazioni, incarnato da personaggi come il Genio di Aladdin o Timon e Pumbaa del Re Leone. Le trame sono convenzionali, molto simili l’una all’altra, così come i personaggi tipici; c’è il ritorno alla formula del musical che era stata un po’ abbandonata e alla volontà di far uscire almeno un film all’anno. Si ritorna ai grandi incassi e alla vittoria dei premi Oscar, ma la fine di questo breve periodo è già all’orizzonte. La Pixar, una costola della Disney, fa uscire nel 1995 Toy Story, primo film animato in CGI; la DreamWorks muove i suoi primi passi e nel 2000 esplode con Shrek; si aprono definitivamente le porte all’animazione giapponese, anche grazie alla vittoria di La città incantata agli Oscar del 2003. La Disney è ancora una volta travolta dagli eventi. Tarzan, l’ultimo classico del Novecento, può essere considerato la fine della fase del rinascimento.

La fase moderna

In realtà a differenza di tutte le altre fasi quella moderna, davvero troppo vicina, ancora non è stata ben canonizzata. Appare come un momento ancora indecifrabile, perché indecifrabile è il futuro della Disney, ormai schiacciata da un mercato sempre più vasto. I primi tentativi di stare al passo con i tempi sono stati terribili (Chicken Little, Mucche alla riscossa, Bolt). C’è voluto John Lasseter, presidente della Pixar, per aiutare lo Studio a mettere in piedi qualcosa di buono, ma che ormai aveva il sapore del passato (La principessa e il ranocchio). Con Rapunzel e Ralph Spaccatutto lo Studio sembra aver trovato un nuovo equilibrio e il suo posto nel  nuovo mondo dell’animazione.

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14 risposte a Le quattro fasi della storia dei Classici Disney

  1. mchan84 ha detto:

    I primi film avranno per sempre un posto speciale nel mio cuore e sul mio scaffale 😉
    Però l’altra settimana ho visto Rapunzel e mi sono divertita parecchio.
    Piccolo appunto: ti sei dimenticato di Alla ricerca di Nemo, troppo carino!!!
    Mchan

    • Simone Novarese ha detto:

      Anche a me Rapunzel è piaciuto tanto, davvero carino 🙂
      Alla ricerca di Nemo è davvero bellissimo. Non l’ho messo perché, anche se è co-prodotto dalla Disney non fa parte dei “Classici Disney”, è soprattutto un film della Pixar, lo studio di Toy Story o Wall-E per capirci, più in avanti mi piacerebbe scrivere qualcosa anche su di loro 🙂

  2. Eterit ha detto:

    Questo blog sta venendo davvero bene! Questa sezione è decisamente interessante: mi fa sentire a casa mia!

  3. caterinamaddi ha detto:

    I classici Disney sono la mia infanzia: compagni di giochi, seconda famiglia, amici fedeli. Solo chi, come me, è cresciuto in loro compagnia può comprendere questo profondo legame affettivo. Le recensioni di questo blog, così accurate e ricche, mi stanno facendo guardare a questi capolavori con un approccio critico e maturo. Le leggo con grande piacere, veramente imperdibili!

  4. Non concordo su alcune cose.

    Intanto, 4 fasi sono troppo strette per descrivere 80 anni di storia dell’animazione.
    Il periodo ’42-’49 va visto come un vero e proprio momento di crisi. Vuoi per la guerra, vuoi per questioni più politiche, ma non si può includere nella Golden Age, che termina idealmente con Bambi.
    Allo stesso modo, però, considerare gli anni ’60 come già decadenti è perlomeno azzardato. È vero che non esiste un’opinione plebiscitaria fra i critici riguardo questa fase (come può accadere per il Rinascimento), ma molti propendono per lo spostare il termine al ’67, anno d’uscita dell’ultimo film realizzato da Walt, The Jungle Book. Vero che l’introduzione della tecnica Xerox nel ’61 porta più di una persona a storcere il naso per l’aspetto grafico (lo stesso Ken Anderson fu assai rimproverato da Walt per il suo lavoro su quel film, e “perdonato” solo poco prima di morire, mentre oggi è molto apprezzato), ma bisogna tenere conto che La Carica dei 101 ebbe un successo, sia di critica che di pubblico, non indifferente, ben superiore anche alla Bella Addormentata, e lo stesso vale per Il Libro della Giungla.

    Discorso simile per “l’Epoca Moderna”: troppo ingiusto mettere nello stesso sacco tutti i film degli ultimi 14 anni. Io addirittura spezzerei tutto in 3 (’99-’03, ’04-’08 e ’09-’13), ma bisogna come minimo riconoscere che dopo il 2009 i WDAS hanno preso una direzione nettamente diversa e di sicuro migliore di quella del decennio precedente. Hanno convinto praticamente tutti, pubblico e critica, e sono tornati davvero ai livelli di alcuni migliori musical del tempo passato. Dopo il 2009 parlerei decisamente di Revival, o di Risorgimento.

    Per il resto, ai 70s, 80s, 90s e 00s non si può proprio dire nulla, il loro stato è palese.

    • Simone Novarese ha detto:

      Concordo con varie cose che scrivi. Naturalmente si tratta semplicemente di convenzioni e non di date fissate e precise. È vero che alcuni – probabilmente la maggior parte – fanno iniziare la fase di decadenza dopo la morte di Walt Disney, ed è vero che con la Principessa e il ranocchio e seguenti alcuni tendono a parlare di “Secondo Rinascimento” o “Ritorno alla tradizione” (l’ho scritto anche io nell’incipit alla recensione di Dinosauri). Quello che presento è semplicemente lo schema nel quale mi riconosco di più, o per motivazioni tecniche (lo Xerox appunto) o storiche (secondo me il 2009 è troppo vicino per poter iniziare a parlare di una nuova fase, preferisco valutare nel lungo termine). Comunque il miglioramento è palese e sono convinto anche io che dopo dieci anni di sbandamento la Disney sia ritornata in corsa, e gli incassi pazzeschi di Frozen lo confermano.

  5. Tinni ha detto:

    I classici disney sono nel CUORE di tutti, per sempre.
    Ecco i migliori (e spero vivamente ne facciano una raccolta DVD unica):
    – Il re leone
    – Mulan
    – La bella e la bestia
    – Anastasia
    – Frozen
    – La bella addormentata nel bosco
    – gli aristogatti
    – la carica dei 101
    – la sirenetta
    – alladin
    – basil l’investigatopo
    – bianca e bernie
    – red e toby
    – il libro della giungla
    – alice nel paese delle meraviglie
    – Rapunzel
    – Tarzan

    Non mi piacciono:
    – le follie dell’imperatore
    – mucche alla riscossa e simili

    • Giorgia97 ha detto:

      Anastasia NON È DISNEY! Ma perché nessuno lo capisce?!
      È Fox.
      E Lo si vede anche dai disegni, dalla storia, dai personaggi… penso che l’unico personaggio disneyank paragonabile a Raspuntin sia lo stregone della pentola magica.

  6. Hendioke ha detto:

    Bellissimo blog 🙂 Mi permetto solo un appunto. Basil l’investigatopo non è basato direttamente sulle avventure di Sherlock mai sulle avventure di Basil of baker Street scritte dall’autrice per l’infanzia Eve Titus, che inventò questo alter ego topomorfo del celebre investigatore 😉

    • Simone Novarese ha detto:

      Grazie 😀
      Giustissimo l’appunto, nella recensione corrispondente qui avevo citato Eve Titus, ma in questo articolo, un po’ per fretta, un po’ per superficialità, ho dato tutto il merito a Conan Doyle ahahahah Grazie per il commento 🙂

  7. Magaret ha detto:

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